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Morsi a Israele: il nuovo presidente egiziano apre all'Iran

Lunedì 25 Giugno 2012, 16:02 in Esteri di

Morsi morde Israele. Il nuovo presidente egiziano, eletto coi voti dei Fratelli Musulmani, esordisce aprendo a legami con l'Iran; vuole stracciare i trattati di Camp David; vuole il ritorno dei profugli palestinesi. Aria di tempesta

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Il neo presidente egiziano Mohammed Morsi ha rilasciato un'intervista all'agenzia iraniana Fars (prontamente ripresa dalla russa Ria Novosti), in cui apre a nuovi legami diplomatici con l'Iran, per creare un nuovo assetto nella regione del Medio Oriente.

Il presidente -eletto col voto "laico-liberale" di piazza Tahrir e con quello dei Fratelli Musulmani nonché dei gruppi più radicali dell'integralismo- afferma  gravemente che ciò "faceva parte del programma elettorale" e che si dovrà "riconsiderare il trattato di pace con Israele", uno degli assi portanti che ha mantenuto un lungo per quanto fragile equilibrio nella regione.
"Rivedremo i trattati di Camp David". "I rifugiati palestinesi del 1948 devono rientrare a casa loro".

Il problema dei profughi palestinesi esiste davvero, ma risalire al 1948 equivale a non volerlo risolvere, senza contare che anche gli israeliani espulsi dai paesi arabi potrebbero fare lo stesso discorso. Così non se ne uscirebbe più, mentre invece è meglio una trattativa al ribasso ma realizzabile, che un pugno di mosche e moschetti.
E' la fine di una stagione politica, il che fa salire alle stelle il livello di rischio che il presidente Obama corre, in un anno pericolosamente elettorale, dal momento che Obama ha giocato tutta la sua credibilità nel piano di alleanza con i sunniti arabi e con i Fratelli Musulmani egiziani, nella speranza di gestire una transizione dalla spada a muezzin non (troppo) integralisti, sulle orme della Turchia di Erdogan.

La scommessa può andare bene, ma certo i primi segnali sono pessimi: in Egitto  un marito che ha picchiato a morte la moglie, "colpevole" di aver votato per l'avversario di Morsi. Questa è criminalità comune (come sarà giudicato, con la legge islamica?), ma certo le parole di Morsi sono incendiarie.

  L'Egitto e quel che resta della primavera araba
Tutti gli operatori internazionali hanno fallito nel supporto più importante al popolo arabo in rivolta: offrire un'alternativa alla guerra tra Cappa e Chiesa, tra giunte militari e islamisti. Uno Stato moderno non può essere una caserma, ma nemmeno una moschea. No al kepì militare, ma anche no alla barba islamica.
L'esempio iracheno e la "sporca guerra" in Algeria sono una malattia diffusa in tutto il MENA (Medio Oriente Nord Africa). In Algeria tutto questo è successo negli anni '90, nella "sporca guerra" in cui la casta militare, al potere dalla fine della colonizzazione francese, schiacciò nel sangue l'ondata islamica, non meno sanguinaria. Tutti i regimi arabi post-coloniali sono stati gestiti da militari, esclusi i regni marocchino, hashemita in Giordania, saudita in Arabia, e l'emirato degli EAU. Gheddafi era un tenente; Saddam era un militare; Mubarak lo era. Senza parlare della Turchia.
Nelle terre sciite come in quelle sunnite si è rivisto il conflitto descritto da Stendhal nell'immortale romanzo Il Rosso e il Nero, con l'eterno conflitto tra potere politico e potere militare (napoleonico o gheddafiano poco conta). In questa fase l'Iran è al guado tra i due poteri: Ahmadinejad infatti rappresenta più l'ala militare-nazionalista che quella dei mullah e degli ayatollah.

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28 Giu 2012
alle 17:13

Emanuela Antolini

Io penso che apre anche al Sudan.


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