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Festival di Venezia 2011: nemmeno un film sulla crisi mondiale

Mercoledì 7 Settembre 2011, 23:48 in cinema di


Molto si è dibattuto sul cinema come arte politica e realista par excellence. Ciò è avvenuto soprattutto nell'ambito della critica marxista-leninista, e non solo a partire dalla Corazzata Potemkin.
Per gli ideologues del  cinema come missione sociale chi si occupava di cose frivole come l'amore, l'avventura, l'amicizia, il western, il cinema di guerra, la fantascienza era un servo del potere che impugnava un'arma di distrazione di massa. Abbiamo vissuto decenni di "cinema impegnato", in cui il messaggio era il tutto. E non parliamo solo dei Bellocchio d'antàn, degli Scola, di certo cinema sudamericano. Parliamo per esempio del film su Hugo Chavez di Oliver Stone, dei film di Sean Penn, di Nanni Moretti, Albanese, dei film sul clima e di molte altre opere recenti e recentissime.

Questo tipo di cinema è il corrispettivo della produzione blockbuster: nonostante il suo autoproclamato impegno, diventa una cinematografia di parte e di partito. Eppure, esattamente come il cinema di evasione e di cassetta, il cinema di impegno si dimostra troppo ideologico e avulso dalla realtà che pretende di descrivere e di rendere più vera della verità.
Premessa forse lunga. Ovvierò con i dati dei film presenti alla Mostra del cinema di Venezia del 2011. QUI si trovano tutte le pellicole in concorso e fuori concorso.
Ebbene, neppure una di queste, se non sbaglio, si occupa di ciò che da 3 anni almeno è al centro delle prime pagine di tutti i giornali e telegiornali di tutto il mondo: la Grande Crisi economica di inizio Millennio.
I film che più hanno creato interesse sono titoli come Carnage di Roman Polanski, la cui sinossi ci parla di due coppie in crisi (rappresentando indirettamente una società in disfacimento, ma senza avere come scenario la strada, bensì il salotto). Vi è poi Shame di Steve McQueen (preferisco l'originale dello splendido The Getaway di Sam Peckinpah al regista inglese omonimo), altra pellicola intimista. Il terzo film è Le idi di marzo di George Clooney, che non affronta minimamente il punto di vista delle periferie, delle famiglie in crisi, dei giovani che studiano senza fine e senza fini, ma è una storia della politica da jet set, della Casta. E non parliamo della spy story La Talpa da Le Carré.
Non parliamo nemmeno di A dangerous method di Cronenberg, film sulla psicoanalisi, né de L'ultimo terrestre di Pacinotti (science fiction), o di Cime tempestose, o della rivisitazione de In nome del padre di Bellocchio.
Non mi interessa vedere o scoprire una nuova vague impegnata sul sociale. E le immagini del sociale non sono quelle di Olmi ("inginocchiarsi davanti all'altro, invece che davanti a Dio": nulla di più ideologico), né il familismo bourgeois e ridicolo (a giudicare dal giudizio del pubblico) della Comencini.  Rilevo soltanto che nessuno dei cineasti impegnati a parole si occupa della realtà, fotografandola senza ideologie: il dato è che il cinema attuale è avulso dalla realtà sociale.
Forse ciò è un bene: in tempi di crisi la gente cerca relax e distrazioni. Il vero film è il telegiornale e -si noti bene- dico: film, perché la realtà non è nemmeno quella dei telegiornali. Ma il dato rimane: nonostante i fiumi di parole, le immagini impegnate non si vendono più. E allora, Che resterà di questi anni 0?

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