Cultura e Politica
E' morta -nel silenzio di 24 ore dei media- una delle migliori scrittrici contemporanee, autrice della Trilogia della città di K., ungherese di origine, fuggita dalla sua nazione nel 1956 in seguito alla repressione comunista e all'invasione sovietica (la causa della fuga è curiosamente omessa sia nella quarta di copertina dell'edizione Einaudi della Trilogia, sia nell'unico medium che oggi ha riportato la notizia, Fahrenheit di Rai Radio tre): eravamo, siamo e resteremo un paese socialista con tendenza all'autarchia e alla beotacrazia.
Lo stile della Kristof era di una scintillante asciuttezza, con una punteggiatura cristallina e una pagina dal ritmo sincopato. Notevoli derivazioni kafkiane (al di là della citazione nel titolo del suo testo principale) e dall'ormai misconosciuto ma sempre grande Samuel Beckett. Suo unico limite è una chiusura dell'universo di discorso al solo respiro nichilista: descrizioni di un mondo semidistrutto da cui è impossibile fuggire (mentre invece si può sperare in un Mondo Nuovo persino ne La Strada di McCarthy). La famiglia come luogo di un'asma esistenziale. Le uniche diversioni concesse all'individuo si hanno nel sesso più barocco e turpe. Panorami militari, provinciali, polverosi. L'Europa come è, vista da un'ungherese sensibilissima rifugiata in Svizzera.