Quest'ultimo era appena arrivato da Altavilla dopo il suo avventuroso soggiorno negli USA, ed era stato delegato a rappresentare il governo dell'isola nella costruzione di un plot bellico al quale si sarebbe opposto quello di OnuMedia, con la trama prefigurata da Archie o del giovane Angel. Quando Bloom lo aveva chiamato in causa, Aureliano stava inseguendo con la mente i più remoti e strambi episodi della sua infanzia. Gli capitava spesso di abbandonarsi alla marea dei ricordi e si concedeva volentieri questo tipo di astrazione dalla vita sociale, alla quale era richiamato dal ruolo pubblico che occupava. Nello stesso tempo sorrideva all'idea che quel genere di abbandono fosse una debolezza da vecchio, e non certo la prerogativa di un giovane. Così, mentre apparentemente guardava il giardino al di là della finestra aperta, quasi non si accorse della voce di Bloom. Di fronte a lui l'avvocato Beaumont mangiava, chino sul proprio piatto. Era il responsabile legale della missione internazionale di guerra, la persona incaricata di coordinare i diversi plot. Beaumont aveva la faccia i modi e le movenze di un topo, lo era persino nel colore della pelle e dei peli. Ma per tutti era un uomo equilibrato e un abile navigatore dei conflitti internazionali. Aureliano Longinotti comunque evitava di guardare dalla sua parte perché provava una sorta di nausea ogni volta che vedeva le sue labbra sottili eppure umide di grasso. In un salone attiguo cenavano i funzionari di supporto. Il personale della sicurezza vegliava ovunque. La cena era ormai terminata e il generale Bloom condusse i suoi ospiti verso uno studio, dove i più viziosi accesero le sigarette e impugnarono bicchieri di wisky "...Allora -disse Archie- Vogliamo iniziare?"
"Perché no?, fece eco Bloom, ...Avete preparato lo scenario bellico che dobbiamo immaginarci ?", chiese a Longinotti. Quest'ultimo tirò fuori un telefono e premette un tasto. Poco dopo una figura anziana, magra, sormontata da un paio di occhiali d'oro dalla montatura esile, irruppe invisibilmente nella sala, e tramontò di nuovo nell'ombra non senza avergli consegnato una borsa di pelle blu. Longino estrasse alcuni fogli dalla borsa, si schiarì la voce, precisò che non si trattava di una presentazione in forma e-book, ma di solo testo privo di video, per lasciare più spazio all'immaginazione, e cominciò a leggere:
"...In un piccolo studio di posa, lontano dagli echi della moda e dal fluire del tempo, in un angolo dell'America, si svolgono le prove per uno spettacolo di burattini robotici a 3D. L'intero palco è occupato da figure gambe all'aria e dal modello ricostruito di una città e della sua campagna. In questo mondo lillipuziano gli animatori e i tecnici si aggirano come giganti goffi. Ma io non guardo loro, guardo Cloe mentre parla: -...Questa storia di una principessa, anche se è un burattino (Lo vedi come è bella?)... a me non piace affatto. Affascinante spettacolo però, vero? Sì è vero: le luci i colori il movimento; tutto ciò affascina, come questa città per balocchi tridimensionali interamente ricostruita. E io mi aggiro su di essa come un sole senza luce... E come fanno sorridere i burattini! Come si dissolve la tristezza vivendo in mezzo a loro, come si sopporta meglio l'esistenza! Cloe è seduta sul bordo di una piccola vasca, denuda il corpo della principessina per lavarlo. Sembra quasi stia lavando il figlio suo in carne e ossa. Di sghimbescio, le guardo le gambe: come sono diverse dal suo volto biondo, delicato, coi capelli di mais e gli occhi celesti e grigi! Le guardo i polpacci: al contrario del volto esprimono nella muscolatura intensa -quasi atletica- un carattere forte. Corre bene Cloe. La inseguo male io. Ma io chi sono oltre che il figlio del direttore degli studi di posa, che ruolo recito oltre quello di addetto alle riprese; cosa farò stasera se non guardare -dietro le ali di una macchina- i suoi occhi?
Più tardi lei ha animato i suoi burattini elettrici. Quello magro, coi capelli neri come i miei, con lo sguardo strano e i vestiti larghi. È venuto a prenderlo un uomo grigio, lo ha portato all'aeroporto. Il burattino giovane piangeva, la Principessa gli ha dato un bacio di addio dicendogli Verrò con te.
La città è svanita, sono comparse foreste, alberi tropicali, fiumi e mari azzurri.
PALUDI
Divorato cervi. Mangiato carne cruda. Strappato occhi per non far vedere. Camminato su pavimenti fatti di vertebre di animali.
Arrivammo finalmente al delta del fiume. Era caldo. Il cielo sembrava incendiarsi ogni volta che il sole riusciva a filtrare dalle nubi acquose. Pensavo che quello poteva essere l'ultimo giorno della nostra vita. Odilia mi teneva per mano e mi trascinava qua e là sulle rive fangose. Guardai là dove il fiume si incollava col cielo: passavano lente navi, bianche come gabbiani. Forse eravamo arrivati. Tempo dopo mi svegliai "Alzati...qui vicino c'è un villaggio, con un mercato pieno di gente. C'è frutta, latte e carne" e riuscii ad arrivare laggiù.
C'era la guerra dietro ogni nostro sguardo, gli indigeni lo sapevano e arretravano quando passavo vicino a loro. Offrimmo a qualcuno il mio orologio griffato e ricevemmo in cambio ospitalità per qualche notte. Ci fecero entrare in una stanzetta con un'amaca appesa a due ganci e un bidone per i bisogni. Ero divorato dalla febbre: guardavo Odilia che mi versava da bere. Aveva gli occhi neri nella penombra nera della stanza.
La gente del delta è allegra. Non conosce la fatica degli spostamenti in auto bus o treno. Il resto dell'umanità cammina avanti e indietro, per sempre. Loro no. Gli altri vanno e vengono con le bestie o con le navi, polverosi e stanchi, afflitti e frenetici, zoppicanti eppure sempre lesti. Quelle persone amano star sedute sulle loro gambe. Sono colorati. Gli altri hanno vestiti macchiati di benzina, grasso o cibo stranieri. I loro abiti invece sono lindi anche quando si riempiono di macchie. Ricominciavo a camminare guardandoli correre nelle loro strade infinitive che portano verso il mare.
Entrò un giovane alto, con gli occhi interrogativi. Mi chiese di cosa avevo bisogno, parlava la mia lingua. Dissi "Spiegami dove sono finito". Rispose: "A Guanaca, sei mio prigioniero, e sarai trattato nel rispetto delle convenzioni internazionali." Replicai: "Allora uccidimi, non mi va di agonizzare senza cibo in una baracca circondata dal filo spinato." Lui rise e chiese "Gli altri?"
"Non lo so: avete paracadutato sulle nostre linee che avanzavano un'infinità di film tridimensionali, realizzati con un sistema inventato ad Altavilla, immagino, forse basato su molecole di gas stabilizzato. Le immagini aderivano alle foglie e agli alberi, con una definizione quasi reale. Più della metà dei nostri uomini si è fermata a guardare i film. Per quanto ne so, sono ancora lì a vederli. Il nostro plotone però è riuscito ad avanzare..."
"Perché?"
"E' una squadra speciale, dotata di casco antigas, occhiali a infrarossi e cuffie sempre on per il collegamento diretto con gli ufficiali che ci guidano da Washington via satellite. Non abbiamo visto né sentito molto dei film, se no sarei ancora lì anch'io a guardare: immagino che qualsiasi idiota a Guanaca sappia fare meglio di uno sceneggiatore di Hollywood!"
L'uomo allargò le braccia verso il nulla come se volesse scusarsi.
"...Alla fine ho perso i contatti. Non avevamo nessuno vicino e dal nostro comando hanno cominciato a darci ordini assurdi come Spara a quello che si trova al tuo fianco!, oppure Tornate indietro per due chilometri e girate a est. Immagino siate stati voi a interferire" dissi con sarcasmo, più che altro rivolto a me stesso.
"E la ragazza?"
" Mi ha trovato lei, non so quanto tempo fa. Era dispersa nella boscaglia come me. Credo che sia l'unica sopravvissuta a un nostro bombardamento, forse viveva in un villaggio uguale a questo..."
"E' probabile, adesso se vuole potrà restare qui... Tu invece tornarai a casa, perché noi non prevediamo l'utilizzo di prigioni e carceri. Ti porteremo all'aeroporto: i prigionieri africani saranno inviati in Spagna e quelli americani in Messico... Tanto la tua nazione è una prigione peggiore di quella che ti poteva toccare a Guanaca..."
E adesso cosa potevo fare: dire di sì e abbandonare Odilia oppure...?
Le precedenti puntate sono state pubblicate sul blog ogni giorno dal 16 novembre (vedere sotto il tag "Letteratura" o digitare "Guanaca" in Ricerca nel blog, in alto a dx)nelle pagine di archivio). Continua domani.






Commenti