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Ingresso vietato agli ebrei, "ma i cani sono benvenuti"

Martedì 3 Febbraio 2009, 10:51 in Esteri di
  "Vietato l'ingresso agli ebrei. I cani sono benvenuti". Non è Berlino 1938, succede a Istanbul nel 2009: sono le parole che sono comparse su un negozio di Istanbul. E' il segnale di una campagna di cui abbiamo avuto la triste evidenza anche a Roma. Due giorni fa a Caracas è stata devastata la sinagoga ebraica, e ciò dovrebbe ricordarci che l'ex consigliere politico di Chavez, Norberto Ceresole, era stato consigliere dell'ammiraglio Massena, della giunta militare argentina. Ceresole era un fascista antisemita, e fu autore di libri che teorizzavano l'alleanza tra Venezuela e l'Iran komeinista. A Reykjavik, in un negozio di biciclette, non si servono clienti "ebrei", e il governo islandese non riesce a opporsi. Nella Francia del caso Dreyfus gli ebrei hanno paura, e anche Carla Bruni, la scorsa settimana a Che tempo che fa, ricordando le origini multiculturali del marito Nicolas Sarkozy, ha omesso però la parte ebraica. Sono segnali preoccupanti contro i quali valgono le nobili parole pronunciate in Italia dal presidente della Repubblica.   La crisi assume contorni drammatici in Turchia, una nazione che fino a pochi mesi fa era alleata di Israele, tanto che la pipeline BTC, da Baku al porto turco di Ceyhan, prevede una diramazione sottomarina verso Israele. Ad Ankara si gioca una partita decisiva, il cui esito potrebbe significare la sconfitta dei militari, sotto scacco per gli arresti dei membri dell'organizzazione Ergenekon (una sorta di nostra Gladio), e la vittoria totale degli islamici. La Turchia è un terminale del gas iraniano e ciò potrebbe spiegare il duro scontro di Davos tra Peres e il premier turco Erdogan. Ma un riallineamento di Ankara sarebbe un grave scacco per Europa e Stati Uniti: la Turchia può entrare in Europa, come sostiene il ministro Frattini, il che però non significa chiudere gli occhi sui suoi rapporti con armeni, curdi ed ebrei. Ieri Milliyet, primo quotidiano turco, riportava un'intervista a  Silvyo Ovadya, presidente delle comunità ebree di Turchia. Il titolo era chiaro: "Non vogliamo tolleranza, ma uguaglianza". I segnali negativi continuano: scritte sui negozi, i poliziotti di servizio presso la sinagoga Veveh Shalom di Istanbul che si rifiutano di mangiare "cibo ebreo" comprato nella zona, boicottaggi. Ma ciò non si spiega soltanto col merchandising e la cronaca bellica. Proprio in questi giorni l'editrice Lindau ha pubblicato il saggio "La mezzaluna e la svastica", di David Dalin e John Rothmann, un'ampia raccolta di fotografie e documenti sulla nascita dell'integralismo musulmano e sulla sua alleanza col nazifascismo. La figura chiave sul moderno antisemitismo arabo è il Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husayni. Politico, più che religioso, fu alleato di Hitler e Mussolini e ideatore della divisione di SS musulmane Handschar, che operò in Bosnia "eliminando" il 90% degli ebrei di Bosnia. Visitò i lager, raccomandando una "maggiore efficienza". Dopo aver organizzato una rivolta a Gerusalemme, riparò a Baghdad dove tentò un golpe con lo zio di Saddam Hussein. Diede impulso ai Fratelli Musulmani, organizzazione madre di Hamas e del terrorismo moderno. Fuggito in Italia attraverso la Turchia, fu accolto da Mussolini con queste parole: "Se gli ebrei vogliono un loro Stato, dovranno spostare Tel Aviv in America", e "Qui in Italia abbiamo 45.000 ebrei, ma non ne rimarrà nessuno". Arrivato a Berlino, al-Husayni diventò assiduo frequentatore di Himmler e scrisse sul diario che Eichmann era "un diamante rarissimo, il vero salvatore degli arabi". Il panarabismo integralista nasce da lui, e solo recidendo questo nefasto lascito politico (non religioso) ci sarà pace a Gerusalemme e altrove.
Mio articolo sul Secolo XIX di oggi.
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