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Chavez e il sudamerica: intervista a Garrido

Giovedì 15 Marzo 2007, 17:47 in Esteri di
Alberto Garrido è analista politico, docente universitario in Venezuela, e collabora con diversi giornali e riviste internazionali. Ha diretto El Globo, la rivista Relevo, il Correo de los Andes. Ha scritto diversi testi di analisi politica, l'ultimo dei quali si intitola "Le guerre di Chavez". Ha ricostruito per L'Opinione il quadro politico sudamericano, e le sue recenti involuzioni venezuelane.

La situazione politica in Venezuela è in peggioramento?

L'opposizione deve lavorare con più professionalità. Bisogna mantenere il sangue freddo: il Venezuela va verso la rivoluzione, ma è indispensabile ricostruire le matrici di questa nuova onda rivoluzionaria. Ci sono cambiamenti significativi. Per esempio, Chavez va al potere attraverso la via elettorale.
Non è la prima volta nella storia, se si pensa a Hitler.
Meglio riferirsi al caso cileno. Anche Allende arriva al potere attraverso la via elettorale, spostando pacificamente l'asse politico in una direzione rivoluzionaria. Nel caso di Chavez c'è una differenza fondamentale rispetto ad Allende: lui proviene dalle Forze Armate e le controlla, mentre Allende fu bloccato dalla ribellione dell'esercito.

Tuttavia Chavez si basa sull'esercito "del popolo", più che sui militari. Un esercito popolare molto diverso anche dalle Farc colombiane.

Le vicende di Hugo Chavez ricalcano quelle del partito comunista venezuelano. Nel 1957 il partito si trovava nella clandestinità ma i militari venezuelani non erano ideologizzati come quelli di altre nazioni latinoamericane, e il partito comunista ritenne di poter infiltrare un settore dell'esercito. Il concetto di "Rivoluzione civico-militare" nasce nel 1957, il suo principale ideologo era Douglas Bravo. Nel 1964 il partito comunista venezuelano era già riuscito a cooptare circa 170 ufficiali e Douglas Bravo scrive la "Lettera delle montagna", parlando di "Esercito bolivariano". Si trattava di unire i militanti di partito, la guerriglia, i militari infiltrati e deviati. La proposta di Bravo produsse una spaccatura nel partito comunista. Nel 1962 si era infatti chiusa la crisi dei missili a Cuba. Gli accordi tra Unione Sovietica e Usa impegnavano gli Stati Uniti a non attaccare il regime di Castro. E Cuba doveva impegnarsi a non diffondere la rivoluzione nelle nazioni vicine. Si viveva nel periodo della Coesistenza pacifica. Il partito comunista venezuelano (Pcv) era diviso tra chi seguiva i dettami di Mosca e chi invece riteneva necessario proseguire nella lotta armata rivoluzionaria. Douglas Bravo militava in quest'ultimo settore, che nel 1966 diede origine al Partito della rivoluzione venezuelana (Prv), affiancato dalle Forze armate di liberazione nazionale (Faln).

Si trattava sempre di matrici comuni, del PCV.

La novità era nella definizione: un partito marxista-leninista-bolivariano, un gruppo che rompeva con l'ortodossia sovietica. La nuova formazione aveva il supporto di un ampio gruppo di intellettuali. Inoltre il Prv avvertiva la necessità di collegarsi con i paesi arabi. Siamo negli anni ‘70, la crisi del petrolio mostrava un lato nuovo della politica internazionale e la guerriglia si diffondeva ovunque. Uno degli ideologi di Bravo era un franco-tedesco di nome Bernard Mommer, attuale vicepresidente dell'Ente idrocarburi venezuelano. Le loro teorie si basavano sul criterio marxista di proprietà collettiva, estendendolo ai giacimenti del petrolio, che diventavano un'arma geopolitica fondamentale. Di conseguenza si estesero i contatti con i paesi sunniti, coi baathisti iracheni e siriani, con i palestinesi del Libano. Adàn Chavez [nominato ministro dell'educazione nel gennaio 2007, ndr] entrò nel Partito della rivoluzione nel 1973. In quel momento suo fratello Hugo frequentava ancora l'Accademia militare. Nel 1977 Chavez aveva già fondato una cellula politica nell'esercito e nel 1980 strinse amicizia con Douglas Bravo, diventato nel frattempo un guerrigliero leggendario. Le relazioni tra i due si spezzarono nel 1992, ma intanto le teorie di Bravo, il bolivarianismo, la guerriglia e la teoria dello scontro di civiltà erano passati a Chavez.

Cosa successe nel periodo del golpe?

Al golpe del 1992 parteciparono diversi leader, ognuno con una sua linea. Di conseguenza il golpe fallì e Chavez finì in carcere. Quando fu liberato andò in Argentina, dove conobbe Norberto Ceresole, persona dalla biografia molto interessante. Ceresole, ancora molto giovane e membro della sinistra rivoluzionaria dei Montoneros argentini, si trasferì in Peru, dove collaborò con la giunta militare di Velasco Alvarado, occupandosi di tenere i rapporti con l'Unione Sovietica per la fornitura di armamenti. Non veniva classificato attendibile dal Kgb, ma diventò membro dell'Accademia delle scienze russa. Al rientro in patria, prese a frequentare Silvio Frondizi, un fondatore del MIR poi assassinato dalla Tripla A (Alleanza anticomunista argentina). Ceresole intanto si era legato all'Erp, gruppo armato trozkista. Sembra incredibile che una persona, appena rientrata da viaggi e contatti con l'Urss, possa affiliarsi a un gruppo trozkista. Per questo lo ritengo un infiltrato dell'estrema destra, fin dall'inizio. Dopo il golpe del 1976 riparò in Spagna, e in poche settimane diventò l'uomo fidato di uno dei capi della Giunta Videla, l'ammiraglio Emilio Massera. Quando rientra in Argentina diventa membro dei carapintadas e di altri gruppi dell'estrema destra. Nel 1994 Ceresole espone a Chavez il suo progetto di mondo multipolare, una geostrategia opposta agli Stati Uniti e saldata al mondo musulmano, soprattutto iraniano.
Chavez ne fa il suo consigliere politico. A Caracas Ceresole scrive un testo importante: "Caudillo-Esercito-Popolo", dove espone la sua teoria di "Post-democrazia". Il popolo deve legittimare il caudillo col voto, mentre il leader deve concentrare il maggior potere possibile, per conseguire la rivoluzione. Rispetto a Ceresole, eccessivamente militarista, il bolivarismo prevede un esercito integrato dalle milizie "popolari". Queste le origini di Chavez e del nuovo sudamerica.
Di Paolo della Sala, Pubblicato su L'Opinione di oggi.

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